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VALORIZZARE IL SILENZIO … E LE IMMAGINI

Da SMDS February 6, 2009

Caro amico,

benvenuto nel nostro sito! Siamo Monache domenicane di Clausura e la nostra scelta di vita forse ti attrae o semplicemente, della nostra vita di recluse, vuoi saperne di più.
Facilmente anche per te, la prima caratteristica che accompagna il ricordo di un monastero è il silenzio, che lo avvolge.
Sì! È proprio del silenzio, infatti, che vogliamo parlarti. Siamo ormai all’inizio della Quaresima, che è tempo di riflessione, e questa richiede un certo silenzio per la concentrazione.

Una particolare stima per il silenzio, di sua natura necessario per la vita contemplativa che noi viviamo, l’ha avuta, fin dagli inizi, lo stesso Ordine religioso a cui apparteniamo. I Domenicani hanno sempre chiamato il silenzio: “Padre dei Predicatori” e se ne comprende subito il motivo! La Parola che viene predicata, dev’essere prima contemplata.
Scriveva San Tommaso d’Aquino, “il più santo tra i dotti e il più dotto tra i santi”, domenicano: “la predicazione e l’insegnamento che ci fanno comunicare agli altri ciò che abbiamo studiato, presuppongono l’abbondanza della contemplazione (I.II.q.28, a.4).

La stessa cosa hanno detto altri santi, come il B. Umberto de Romans Maestro dell’Ordine: “I Predicatori attingono dalla contemplazione quello che poi versano nella predicazione”.
Esatto! È dall’esperienza delle realtà sensibili che passiamo, elevandoci, a quelle spirituali; dalle visibili saliamo alle realtà invisibili. Alle immagini che presentiamo ai nostri occhi, seguono poi le nostre azioni, della stessa natura di quelle.
Ricordiamo Giovanni Paolo II che nella sua lettera sul Rosario della B. Vergine Maria (n. 41), invita, appunto con il Rosario, “a immettere nella nostra vita ben altre immagini, quelle del Redentore e della sua Madre, e non lasciarci assorbire dalle immagini della televisione”.

Dalla nostra clausura, per la Quaresima, invitiamo a far tesoro della meditazione sul silenzio che riportiamo qui di seguito: è di un nostro confratello domenicano.

VALORIZZARE IL SILENZIO … E LE IMMAGINI.

Quali  immagini?

Dopo il successo riportato in Germania, arrivò anche in Italia, a fine marzo 2006, il film di Philip Gróning di Dusseldorf, sulla vita della grande Chartreuse (Grenoble), intitolato: “Il Grande Silenzio” (Die Grosse Stille). Proiettato prima a Genova, nella stessa cattedrale, è passato a Firenze, a Roma … Un film che ha portato il pubblico nel mondo della clausura; un mondo separato, certo, ma non in contrasto con la vita moderna. Infatti è proprio in questo ambiente che migliaia di persone, ipnotizzate dal rumore dei passi dei religiosi, dalle campane, dai canti, dallo sfogliare delle pagine dei libri di preghiera, si sono poste le domande più essenziali: perché siamo al mondo? Che senso ha l’esistenza?
È in quell’ambiente “essenziale”, dove non c’è molta azione, ma totale contemplazione, musica gregoriana e silenzio, che forse si hanno le risposte; sì! nel “grande silenzio”, dove protagonista è l’immagine, non la parola, si ha anche la risposta che riguarda non solo la scelta di una vita così estrema come quella dei monaci, ma anche della vita più comune; la risposta che riguarda le scelte di chi – tramite il film – partecipa quella stessa “esperienza” di Gróning che per sei mesi ha vissuto gomito a gomito con i certosini, filmando i loro riti e ritmi quotidiani.
Un’esperienza, quella, capace di modificare la propria esistenza! “La fiducia dei monaci che ogni cosa è governata da Dio – ha confidato il regista – è rimasta in me. Ho imparato da loro l’ottimismo e la capacità di riconoscere tutto ciò che di meraviglioso la vita ti offre. Nella nostra società siamo governati dalla paura di non avere successo, di non avere ricchezza, bellezza. Dopo l’esperienza nel monastero, credo di essermi liberato da questa ossessione. E ora ho anche bisogno di trascorrere del tempo in solitudine”.

Quelle del beato Angelico, ad esempio.
“Non abbiamo bisogno, dunque, di importare versioni folkloristiche e ammodernamenti ecologici dell’Oriente”, è stato detto dai commenti al filmato. “La singolarità del film sta nel soggetto stesso … quasi tre ore di immagini di vita, silenzio e canti gregoriani che trasformano la sala cinematografica in monastero e aprono agli spettatori la dimensione contemplativa”1 . Aprono, cioè, a Dio e ai suoi misteri. Mettono in relazione con Dio ed è in Lui che l’uomo ritrova se stesso e il proprio fine2 .
È quanto già aveva rilevato il Beato Angelico nei suoi meravigliosi quadri, dove oltre all’evento storico, riprodotto nella sua essenza, abbiamo anche il significato salvifico dell’evento stesso raffigurato, con i suoi frutti di redenzione. Così, ad esempio, nella grande Crocifissione del capitolo di San Marco: mancano i soldati romani, manca la folla dei giudei, la città nello sfondo, ma ci sono i numerosi santi, la nuova umanità nata dal Sangue di Cristo, che sono il frutto reale del suo sacrificio.
Tra i personaggi, che popolano le “scene” dell’Angelico, ritroviamo persone – il più spesso S. Domenico – che ne divengono attori partecipi, pur non essendo contemporanei, nel tempo, dei fatti rappresentati. Egli, il pittore teologo, ce li raffigura per annunciarci che proprio dalla meditazione di ciò che Cristo ha compiuto hanno saputo trarre ispirazione e forza per la loro vita e missione. Meglio diremmo: l’Angelico ce li raffigura per indicarci che solo stando a contatto con Cristo, inseriti in Lui, si trova la ragione del proprio essere e della santità.
In quelle “immagini di vita” ritroviamo descritti i principali elementi che San Domenico ha voluto, costituendo delle comunità di fratelli e di sorelle.
Domenico ha sotto gli occhi l’esempio degli apostoli e cerca, perciò, di imitarne in tutto la loro forma di vita, al punto che, al momento della canonizzazione, il papa Gregorio IX, potrà dire di lui: “Ho conosciuto un uomo che osservava nella sua totalità la regola degli apostoli e non ho dubbio che ora sia associato a loro nel cielo”.
Il perché della vita comunitaria organizzata da San Domenico; il perché, di questo raduno di energie umane in forma di fraternità, si trova nel Vangelo e più precisamente nella Persona di Gesù Cristo che, fin dagli inizi del Suo ministero, aveva raggruppato i dodici apostoli perché operassero con Lui.

… Contemplate nel silenzio.

Per naturale conseguenza delle scelte fatte, fra le molteplici austerità monastiche adottate, dietro la guida di Domenico, fin dalle origini del nostro Ordine domenicano, fu data particolare importanza proprio al silenzio, che fu indicato come il “Pater Praedicatorum”.
Di fatto i frati erano tenuti ad osservare sempre il silenzio; dovevano osservarlo nel chiostro, nelle celle, nel dormitorio, in refettorio. Il motivo è che il silenzio contribuisce a dare al religioso quella tranquillità che è richiesta per poter arrivare, mediante lo studio e la preghiera, alla contemplazione, alla piena comunione con Dio. Il silenzio è così intimamente connesso con il fine dell’Ordine che la sua abolizione o inosservanza metterebbe in pericolo il conseguimento dello stesso fine.
Il “Liber Consuetudinum”, le prime Costituzioni e tutti i Capitoli Generali saranno minuziosi nel determinare la portata e inculcare l’osservanza della “santissima legge del silenzio”, presidio di tutte le altre osservanze e pene molto severe erano comminate ai trasgressori”3.
Se entrasse nel nostro obiettivo provare che il silenzio è condizione necessaria di promozione cristiana e umana, nulla sarebbe più facile che documentarlo. “La legge del deserto” dice Voillaume, “è troppo costante perché possiamo pensare che sia possibile metterci a disposizione di Dio, rispondere compiutamente a una vocazione di origine divina o anche essere totalmente cristiani e figli di Dio, senza ritirarci ogni tanto nel deserto, nel silenzio, soli con il Signore solo”4 .
“Quasi sempre i grandi messaggeri di Dio, infatti, nota von Balthasar, vengono da un lungo soggiorno nel deserto… Senza Manresa non ci sarebbe Ignazio di Loyola, né Benedetto senza Subiaco, né Caterina da Siena senza la cella nella casa paterna. Senza il deserto della Transgiordania non ci sarebbe la ‘voce di colui che grida nel deserto’, quella voce che prepara la strada del Signore”5 .
Il cristianesimo non può venire che dal deserto: lo sostiene molto efficacemente Arturo Paoli presentando gli “Scritti Spirituali”6  di Charles de Foucauld.

Nel silenzio maturano le grandi decisioni.
“La nostalgia della solitudine” diceva don Mazzolari7  “non è un privilegio, ma la legge delle anime più delicate”. E Kierkegaard8 : “Se fossi medico e venissi consultato, risponderei: il rimedio sovrano, la prima norma da osservare è il silenzio”. Chi vuole salvarsi deve “ritornare al chiostro da cui evase Lutero”.
Psicari9  è ancora più deciso: “Disgraziati coloro che non hanno conosciuto il silenzio”. Perché?
Perché il silenzio è rifornimento spirituale, è l’officina dello spirito. Perché il silenzio è concentrato di energia, è riserva di volontà, è, al dire di Isaia, “il segreto della nostra forza”10 .
La decisione è tanto forte quanto lo è la convinzione maturata nel raccoglimento e nella riflessione: cioè nel silenzio. Nel “chiasso” non si genera la “Parola”.
“Daniel Rops ha accusato il nostro mondo di essere un mondo senza anima. Se ogni uomo si ricordasse che esiste sempre per lui, se lo vuole, un angolo di silenzio, non solamente l’individuo, ma l’umanità intera ritroverebbe la propria anima”11 .
Il messaggio del film “Il Grande Silenzio” è invito a ritornare semplicemente al silenzio; ritornare, in altre parole, alla “nostra anima”. Perché quella del silenzio è un’esperienza capace di modificare la propria esistenza e di darle “un’anima nuova”.
Ed è proprio alla “coltura del silenzio” – come parte dell’anima domenicana e ancor prima, cristiana – che vuole richiamare la presente riflessione e siccome il “nostro silenzio” è in ordine all’apostolato, come ogni silenzio è ordinato alla riflessione, allora appare evidente la sua fruttuosa fecondità, in ogni persona.

P. Eugenio Zabatta o.p.

Note.
——————————–
1. Cf. Avvenire, 29.3.06.
2.  “In realtà solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS, n. 22).
3. cf. Liber Cost. D.I. c. XII.
4. R. VOILLAUME, La vita religiosa nel momento attuale, ed Ancora, Milano 1973, p. 159.
5. H. U. VON BALTHASAR, Punti Fermi, Rusconi, Milano.
6. A. PAOLI, “Scritti Spirituali” di C. de Foucauld, Cittadella, Assisi 1971, pp. 5-11.
7. P. MAZZOLARI, Diario, a cura di A. Bergamaschi, Dehoniane, Bologna 1974, p. 395.
8. S. KIERKEGAARD, Diario, vol III, 1848, trad. it. C. Fabro, Morcelliana, Brescia (1948-51) p. 250 e p. 24.
9.  E. PSICARI, Il Silenzio, ed. Figlie della Chiesa, Roma 1954, p. 64.
10.  ISAIA, 25,25.
11. A. BERGE, Educazione familiare, trad. M. Valeri, Giunti-Barbera, Firenze 1968, p. 195.

Il Bollettino del Rosario Perpetuo – PRIMO 2009

Da SMDS December 23, 2008

Il Bollettino Domenicani n.5, Novembre-Dicembe 2008

Da SMDS December 23, 2008

LA MADONNA NEL PRESEPE DOMENICANO

Da SMDS November 28, 2008

Venerdi 28 Novembre, 2008

I DOMENICANI hanno, pure loro, un proprio Presepe? La tradizione del presepe, più comunemente ci riporta a San Francesco che a Greggio improvvisò un “Presepe Vivente” per far rivivere con maggiore frutto spirituale, alle persone che erano con lui, l’evento fondamentale della nostra fede cristiana: “il Verbo che si è fatto carne ed abitò tra noi”.
Anche i domenicani hanno il loro Presepe “raccontato” nelle “Vitae Fratrum” (Vita dei Frati) di fra Geraldo Frachet, risalente al 1260, uno dei primi scritti dell’Ordine domenicano, assieme al Libellus del beato Giordano di Sassonia (1233) e alla Legenda redatta da Pietro Ferrand (1237-42), da Costantino di Orvieto (1246-47), e da Bartolomeo di Trento (1245-1251).
Il Presepe che ci presenta il libro della “Vita dei Frati” è il “sicuro rifugio” che un giovane finalmente trova, dopo un’avventurosa e interessante ricerca, per liberarsi da una furiosa tempesta in cui si era cacciato. La simbologia che sottende, fa riscoprire nel giovane la situazione e l’immagine di ciascuno di noi: con l’invito a ripercorrere lo stesso itinerario, e con la promessa di ritrovare là, nel … presepe, anche noi il rifugio di salvezza.
Riportiamo per intero il racconto:

La Tempesta.
Nel tempo che ai frati predicatori fu donata la chiesa di san Nicola a Bologna, un giovane studente ben dotto ma dato alle vanità, fu convertito a penitenza per la seguente visione.
Gli pareva che una gran tempesta lo trovava (coglieva) in un campo, e fuggendo verso una casa (per ripararsi) la trovò serrata. Bussa e domanda di essere ricevuto; al quale la madonna (padrona) della casa rispose: “Io, chiamata GIUSTIZIA, abito qui, e questa è mia casa, e poiché tu non sei giusto, non entrerai in casa mia”.
Si duole il giovane e vede un’altra casa, e domanda di esser ricevuto. Al quale rispose la madonna della casa: “Io son VERITÀ e non ti ricevo perché la verità non libera coloro che non l’amano”.
Vide la terza abitazione e domanda essere ricevuto, è udì: “Io son qui PACE, ma non è pace agli empii, ma solamente agli uomini di buona volontà. Ma perché io penso le cogitazioni (propositi, disegni) della pace e non di afflizione, ti darò un utile consiglio. Di là da me abita la mia sorella la quale sempre aiuta i miseri, a lei va e adempi i suoi ammonimenti”. E fece così.
Al quale la MISERICORDIA si fece incontro – a questo modo la madonna si chiamava, – e disse: “Se tu desideri essere liberato da questa grande tempesta, va a San Nicola dove abitano i frati predicatori, e troverai lì la stalla della penitenza e il presepe della continenza, l’asino della semplicità con il bue della discrezione, Maria illuminante e Giuseppe proficiente (che aiuta a progredire nel bene) e Cristo il quale ti salverà”.
E svegliatosi costui e ruminando queste cose devotissimamente fece come gli era stato consigliato. Questo scrisse maestro Alessandro, uomo onesto e verace e lo raccontò nella sua scuola commentando il versetto della Scrittura: “misericordia et veritas obiaverunt sibi (la misericordia e la verità gli andarono incontro). Questo maestro era Alessandro di Stavensby, il grande professore di teologia a Bologna che, in seguito, fu fatto vescovo in Inghilterra dove era nato.

Dalla finale del racconto, che parla della misericordia e della verità che ci vengono incontro, possiamo come interpretare il senso e la finalità del racconto. Misericordia e verità, notiamo, sono le virtù che caratterizzano l’Ordine domenicano. Gli storici, infatti, mettono sempre in evidenza la “Misericordia”che animava la predicazione di san Domenico e la “Verità” che appare perfino nel blasone dell’Ordine. La predicazione dottrinale, infatti, volta a superare le eresie e ordinata alla salvezza delle anime, è il carisma domenicano.
Un quadro veramente splendido, questo presepe, che con il suo calore di famiglia, dovette apparire uno splendido e reale rifugio al giovane in pericolo di vita. Ogni “presenza”, inclusa quella dei due caratteristici animali, il bue e l’asino, sono messaggio di serenità e speranza per lui che si vede finalmente accolto.
La stessa cosa può capitare a noi, se cerchiamo con tutto il cuore! Quanto avremmo da riflettere! Tuttavia vogliamo fermare brevemente l’attenzione dei nostri amici lettori su quanto, nel Presepe, è scritto di Maria, la Madre del neonato Signore: “troverai lì…  Maria illuminante”.
La parola “troverai” ci riporta subito ai Magi che, guidati dalla luce della stella, trovarono il Bambino e sua Madre. Ma perché la Madonna diventa illuminante, perciò luce per il giovane (cioè per noi), che cerca riparo e potrà trovarlo solo in Cristo?
L’insegnamento è questo: è alla Madonna che dobbiamo ricorrere per capire il realismo della Incarnazione e il modo della nostra Redenzione operata da Gesù che nella pienezza dei tempi, appunto, nacque da donna, cioè da Maria.
Fin dalle origini, nell’Ordine domenicano, il posto di Maria è stato centrale nella vita e nella spiritualità dei frati che hanno voluto ricorrere a Maria, sede della Sapienza (Gesù), per l’incremento della loro predicazione. Ella è vista dai domenicani sempre sotto l’azione operante dello Spirito Santo, per la cui potenza, nel Suo grembo, si è formato il Salvatore. “Come Maria – argomenterà il b. Umberto de Romans, quarto Maestro dell’Ordine – “rivestì” il Verbo di Dio di “carne” per manifestarlo al mondo intero; così il frate predicatore, partecipando alla missione di Maria nel tempo, “riveste con la parola”, che predica, il Suo Figlio fatto uomo, per farlo conoscere al mondo.
Gli storici ci dicono che San Domenico, il fondatore dei domenicani, era solito unire sempre al canto dell’Ave maris stella, il canto del Veni Creator Spiritus. Domenico, inoltre, spronava i frati alla riverente preghiera ai Re Magi: “questi tre devoti Re” ( cf. P. LIPPINI, S. Domenico visto dai suoi contemporanei, ESD, Bologna 1982, p. 146).
Predicatori di Gesù, “Sapienza incarnata in Maria”, i frati Domenicani, secondo il loro motto, “contemplare e comunicare agli altri le realtà contemplate”, guardano a Maria come a “Colei che dà la Luce”. E’ Lei la dolce Regina che essi incessantemente lodano, benedicono e predicano”.
Commentava già il Savonarola. “Maria vuol dire illuminata e illuminatrice, perché, essendo Lei purificata, di celeste luce ha illuminato il mondo intero; Ella ha partorito in terra il Lume eterno, Gesù Signore nostro, rimanendo nella gloria della Sua verginità”.
(Per ulteriori approfondimenti consigliamo la lettura del libro di. P. R. SPIAZZI, Gli esercizi spirituali nella Vita domenicana, Ed. S. Sisto Vecchio, Roma 1968, pp. 229 ss).

(a cura di p. Eugenio Zabatta, o.p.).

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